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Oltre il sintomo

Oltre il sintomo

Nel 2006, alla Johns Hopkins, trentasei volontari sani hanno ricevuto una dose di psilocibina in un esperimento controllato. Due mesi dopo, circa due terzi di loro mettevano quella giornata tra le cinque esperienze più significative della propria vita. Un terzo la metteva al primo posto in assoluto. Qualcuno l’ha paragonata alla nascita del primo figlio.
Erano persone sane, senza nessuna diagnosi e nessun sintomo da far scendere. Eppure era successo qualcosa di enorme.
Io vengo dalla medicina, e la medicina ha un modo molto preciso di chiedersi se una cosa funziona. Si decide cosa misurare, si confronta un gruppo trattato con uno di controllo, si guarda se la differenza è abbastanza grande da non essere frutto del caso. È un metodo che ha funzionato così bene da sembrarci ormai l’unico modo serio di conoscere qualcosa. Per moltissime domande lo è davvero, e non ho nessuna voglia di rinunciarci.
Gli psichedelici però hanno l’abitudine di produrre più di quello che l’esperimento era stato costruito per catturare.
Prendi una persona in un trial sulla depressione. Passa sei ore in cui piange, ride, rivede sua madre morta, a un certo punto ha la sensazione di non avere più confini. Tre settimane dopo compila un questionario e il suo punteggio è sceso di otto punti. Sono vere tutte e due le cose. Lo studio registrerà la seconda, ed è giusto così, perché era quella la domanda. La prima finisce nelle interviste qualitative, nella discussione, a volte da nessuna parte.
I trial fanno esattamente il loro lavoro. Il fatto è che con queste sostanze il materiale che avanza è tantissimo. Uno studio pensato per verificare un’ipotesi sul cervello finisce per sollevare domande su che cosa sia il senso di sé. Uno studio pensato per capire se scendono i sintomi depressivi lascia dietro di sé domande su che cosa voglia dire guarire. Una persona può migliorare in modo clinicamente significativo e continuare a sentire la propria vita compromessa. Un’altra può tenersi i suoi sintomi e stare, tutto sommato, bene. La medicina lo sa da sempre. Gli psichedelici lo rendono difficile da ignorare.
Per gran parte della storia della medicina queste domande hanno dovuto aspettare, e con ottime ragioni. Quando la gente muore di infezioni non ti metti a discutere su cosa significhi benessere, cerchi un antibiotico. L’urgenza decide le priorità, e fa bene.
Oggi la situazione è un po’ diversa. Passo le mie giornate a guardare tumori al microscopio e poi a leggerne i profili molecolari, con un livello di dettaglio che quando ho iniziato a studiare sembrava fantascienza. Possiamo vedere il cervello mentre lavora, colpire bersagli di cui fino a pochi anni fa non conoscevamo l’esistenza. Siamo lontanissimi dall’aver risolto tutto, ma siamo arrivati abbastanza avanti da poterci permettere di alzare la testa e guardare dove stiamo andando, oltre che quanto in fretta.
Di solito fermarsi a riflettere viene raccontato come un freno al progresso, una cosa da filosofi che rallenta chi lavora davvero. A me sembra piuttosto un lusso che il progresso stesso ci ha guadagnato. E sarebbe un peccato non usarlo, proprio adesso che abbiamo tra le mani delle sostanze capaci di mettere in discussione cose che davamo per scontate, come la stabilità del nostro senso di identità o la differenza tra stare meno male e stare bene.
Oltre il sintomo nasce per questo. Ogni articolo parte da uno studio, da un dato, da un risultato preciso, e prova a seguire le domande che quel risultato si porta dietro anche quando escono dal perimetro dell’esperimento. Senza buttare via il metodo, anzi usandolo fino in fondo, fino al punto in cui comincia a non bastare più.
Quei trentasei volontari del 2006 non avevano nessun sintomo. È più o meno da lì che parte questa sezione.
Lo studio che non doveva curare nessuno
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L’esperimento da cui è ripartita la ricerca psichedelica non cercava una cura

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