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Psichedelici e cure compassionevoli

Psichedelici e cure compassionevoli

Il distress esistenziale nel fine vita

Il fine vita è uno spazio complesso, spesso difficile da raccontare. È il momento in cui i sintomi fisici si intrecciano con un’altra forma di sofferenza, meno visibile ma altrettanto reale: il distress esistenziale. È la perdita di significato, la sensazione che il tempo si restringa, la paura della separazione, la domanda su cosa rimane e cosa va lasciato andare. È uno stato che non sempre risponde ai farmaci tradizionali e che richiede attenzione, ascolto e un accompagnamento delicato.
Da diversi anni la ricerca scientifica si è interrogata su come sostenere le persone in questa fase della vita, soprattutto quando l’ansia, la depressione o la disperazione diventano difficili da gestire. In questo contesto si sono inseriti alcuni studi sull’uso controllato di psichedelici come supporto psicologico: non come soluzione miracolosa, ma come strumenti di significato, capaci in alcuni casi di facilitare processi di accettazione, riconciliazione e contatto con ciò che conta davvero.
Gli studi disponibili sono pochi e tuttavia significativi. Il loro obiettivo non è curare la malattia, ma alleviare una sofferenza che ha caratteristiche proprie: la sofferenza di chi si trova davanti alla propria fragilità ultima.
Possono essere interventi disponibili anche in Italia, e rappresentano una finestra importante su un tema che tocca profondamente molte persone e molte famiglie.

Appello dell’Associazione Luca Coscioni

Negli ultimi anni l’Associazione Luca Coscioni ha avviato un lavoro costante per riportare all’attenzione pubblica e istituzionale il tema delle terapie psichedeliche, in particolare nel trattamento del distress esistenziale e dei sintomi psicologici associati al fine vita. L’appello nasce da un presupposto semplice e condiviso da una parte crescente della comunità scientifica: esistono già evidenze cliniche solide, provenienti da studi indipendenti internazionali, che suggeriscono come, in contesti rigorosi e con un’adeguata supervisione clinica, l’impiego controllato di psichedelici possa alleviare forme di sofferenza difficili da trattare con gli strumenti tradizionali.
A settembre 2024 più di 170 scienziati e clinici hanno sottoscritto una lettera indirizzata al Ministero della Salute e al Ministero della Difesa, chiedendo che l’Italia inizi a considerare seriamente queste pratiche all’interno di percorsi terapeutici strutturati, soprattutto nelle cure palliative. L’appello chiede che si apra una discussione istituzionale basata sulle evidenze e non sul pregiudizio, affinché anche i pazienti italiani possano accedere a trattamenti che in altri Paesi sono già disponibili in contesti specialistici.
Un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico è che la normativa italiana, in casi molto specifici, già consente l’uso terapeutico di farmaci sperimentali, inclusi quelli a base di sostanze psichedeliche, nell’ambito del cosiddetto “uso compassionevole”. Non è quindi necessario “creare da zero” un nuovo sistema: esistono strumenti giuridici già attivi, che richiedono soltanto di essere compresi e utilizzati correttamente.
L’appello Coscioni non è un progetto commerciale e non ha come obiettivo la promozione indiscriminata di trattamenti psichedelici. È una richiesta di trasparenza, di responsabilità e di aggiornamento scientifico: dare ai pazienti in fine vita la possibilità di accedere a interventi potenzialmente utili, in modo controllato, etico e coerente con le norme esistenti.
Il testo completo dell’appello e gli aggiornamenti sono disponibili sul sito dell’Associazione Luca Coscioni.

Due studi che hanno cambiato tutto

Quando si parla dell’uso degli psichedelici nel fine vita, ci sono due studi che più di tutti hanno segnato una svolta: quello guidato da Roland Griffiths alla Johns Hopkins e quello condotto da Stephen Ross alla NYU, entrambi del 2016.
Il lavoro di Griffiths, in particolare, ha avuto un impatto che oggi possiamo definire storico. Per la prima volta in decenni, un gruppo accademico ha mostrato con una metodologia moderna che una singola dose elevata di psilocibina, somministrata in un contesto psicologico protetto, può produrre riduzioni marcate dell’ansia e della depressione in persone con una diagnosi potenzialmente letale. I miglioramenti non erano solo statisticamente significativi, ma profondamente rilevanti nella vita quotidiana: più ottimismo, meno paura della morte, una qualità della vita che tornava ad ampliarsi in un momento in cui tutto tende a restringersi. E soprattutto, questi effetti duravano: a sei mesi di follow-up, circa l’80% dei partecipanti mostrava ancora un beneficio clinico significativo. Era qualcosa che nessun antidepressivo tradizionale aveva mai mostrato con una singola somministrazione.
Il dato più sorprendente riguardava la relazione tra l’esperienza interiore e l’esito clinico. Griffiths e il suo team notarono che quanto più intensa e “mistica” era l’esperienza vissuta durante la sessione, tanto più robusto e duraturo era il miglioramento nei mesi successivi. Non era semplicemente un effetto farmacologico, era un processo esperienziale profondo, difficile da misurare ma impossibile da ignorare.
Lo studio di Ross, pubblicato nello stesso periodo, arrivò alle stesse conclusioni partendo da un approccio diverso. In questo caso la psilocibina era confrontata con la niacina, un controllo attivo scelto apposta per mascherare il più possibile il trattamento. La dose era moderata, la psicoterapia integrata era parte del protocollo e il campione, seppur più piccolo, era composto da persone con una malattia oncologica in stadio avanzato e un distress psicologico molto significativo. Anche qui i risultati furono immediati e profondi: ansia e depressione diminuivano già nelle prime ore e continuavano a migliorare nelle settimane successive. A sette settimane, più dell’80% dei partecipanti del gruppo psilocibina mostrava una risposta antidepressiva clinicamente significativa. Al follow-up di otto mesi, la maggior parte manteneva ancora i benefici.
Come per Griffiths, anche qui l’esperienza vissuta durante la sessione, il suo carattere emotivo, introspettivo e spesso spirituale, risultava predittiva dei miglioramenti a lungo termine. Entrambi i team sottolineavano inoltre un punto cruciale: la terapia non funzionava “nonostante” l’intensità emotiva, ma grazie ad essa. Il processo psichedelico, quando sorretto da preparazione, sicurezza e integrazione, permetteva ai partecipanti di accedere a una forma di consapevolezza e riconciliazione che andava oltre il sollievo sintomatico.
Non era un trattamento da “subire”, ma un processo attivo.
Un altro elemento centrale emerso da entrambi gli studi è la sicurezza. Nessun evento avverso grave, nessuna psicosi persistente, nessun caso di abuso successivo. Gli effetti fisici erano quelli attesi e transitori; quelli psicologici, pur intensi, erano contenuti dal setting terapeutico. In altre parole, la psilocibina non era soltanto efficace, era gestibile e clinicamente praticabile in quel contesto.
Guardando a questi due studi insieme si capisce perché il 2016 viene considerato l’anno in cui il moderno rinascimento psichedelico ha acquisito credibilità clinica: trial controllati, disegnati con rigore metodologico, replicati in due centri indipendenti, con risultati convergenti. È da qui ch se e riparte tutta la discussione contemporanea sulle terapie psichedeliche nel fine vita, dal fatto che un’unica esperienza, se inserita in un percorso terapeutico attento, può riportare significato e sollievo in uno dei momenti più difficili dell’esistenza. Questi studi hanno restituito dignità clinica a una domanda che riguarda non solo la medicina, ma il senso stesso della cura: come accompagnare qualcuno là dove i farmaci tradizionali spesso non arrivano.
Molte delle ricerche successive hanno affinato aspetti del protocollo, hanno usato dosi diverse, formati di gruppo, contesti palliativi non oncologici. Ma l’impianto fondamentale resta quello: una terapia breve, ad alta intensità, capace di trasformare il modo in cui una persona vive la propria condizione. È da qui che si continua a costruire.
Fonte bibliografica:
  • Psilocybin produces substantial and sustained decreases in depression and anxiety in patients with life-threatening cancer: A randomized double-blind trial
    https://doi.org/10.1177/0269881116675513
  • Rapid and sustained symptom reduction following psilocybin treatment for anxiety and depression in patients with life-threatening cancer: a randomized controlled trial
    https://doi.org/10.1177/0269881116675512

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