Psichedelici come cura, a che punto siamo?
Claudia Moretti, avvocata, attivista, coordinatrice della campagna sulle terapie Psichedeliche dell’Associazione Luca Coscioni
Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Presidente e Fondatore di Eumans
Psichedelici come cura, a che punto siamo?
Una persona su sei soffre di un disturbo mentale. I sistemi sanitari investono poco o nulla in salute mentale. L'armamentario farmacologico a disposizione della psichiatria è rimasto sostanzialmente fermo agli anni Settanta. In questo quadro, liquidare con sufficienza la ricerca sulle terapie psichedeliche — come pure accade, oscillando tra entusiasmo salvifico e rifiuto ideologico — è un lusso che i pazienti più gravi non possono permettersi.
Quelli che non rispondono ad alcuna terapia esistente, che non hanno alternative alla sofferenza, e che aspettano che la scienza faccia il suo lavoro e la politica non glielo impedisca.
Quelli che non rispondono ad alcuna terapia esistente, che non hanno alternative alla sofferenza, e che aspettano che la scienza faccia il suo lavoro e la politica non glielo impedisca.
Stato dell’arte: risultati promettenti, ma non basta “la sostanza”. I nodi della
ricerca sugli psichedelici.
Al momento un solo farmaco psichedelico ha ottenuto l’approvazione alla messa in commercio, ed è l’Esketamina per la cura della depressione farmacoresistente, un derivato brevettabile della ketamina, farmaco quest’ultimo anestetico e dissociativo e usato anch’esso per lo stesso trattamento off label.
Gli studi sulla psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogen, sono molti. Uno studio di fase 2 pubblicato sul New England Journal of Medicine (riassunto su PubMed) ha mostrato, nella depressione resistente, un miglioramento significativo nei pazienti trattati e, proprio qualche giorno fa la Compass Pathways ha reso noti i buoni risultati topline della sua seconda fase 3 sulla psilocibina nella depressione resistente al trattamento su 581 pazienti.
Gli studi sulla psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogen, sono molti. Uno studio di fase 2 pubblicato sul New England Journal of Medicine (riassunto su PubMed) ha mostrato, nella depressione resistente, un miglioramento significativo nei pazienti trattati e, proprio qualche giorno fa la Compass Pathways ha reso noti i buoni risultati topline della sua seconda fase 3 sulla psilocibina nella depressione resistente al trattamento su 581 pazienti.
Sul fronte depressione, oltre ai dati già solidi su psilocibina (per esempio il trial randomizzato JAMA in 104 adulti con MDD, con effetto antidepressivo rapido e sostenuto a 6 settimane, senza eventi avversi gravi emergenti dal trattamento in quello studio), stanno arrivando dati nuovi anche su DMT: un trial fase IIa pubblicato su Nature Medicine (2026) ha mostrato una riduzione significativa del punteggio MADRS (la scala per misurare la depressione) a 2 settimane rispetto a placebo (differenza media −7,35), con eventi avversi per lo più lievi-moderati e nessun evento grave.
Negli Stati Uniti, il caso più noto è quello del percorso di approvazione dell’MDMA per PTSD: nel 2024 la FDA ha emesso una Complete Response Letter, quindi non ha approvato la domanda nella forma presentata, segnalando criticità rilevanti da colmare. È stato un passaggio importante perché ha mostrato, insieme, la forza dei dati raccolti finora, la severità del vaglio regolatorio e le aporie di un sistema di ricerca che mal si attaglia a queste sostanze.
E, Infatti, i nodi critici della ricerca sugli psichedelici sono numerosi e inficiano i percorsi regolatori e l’efficacia stessa dei trattamenti, laddove un domani si giungesse all’approvazione di nuove molecole. Nelle sperimentazioni più avanzate, non si parla semplicemente di “dare una pillola”, ma di protocolli terapeutici integrati, in cui il farmaco è inserito in un setting clinico con preparazione, monitoraggio e integrazione psicoterapeutica. Molte le domande metodologiche e regolatorie rimangono aperte, eccone alcune.
Come fare, ad esempio, a “misurare” e validare “scientificamente” l’importanza, gli effetti e quali protocolli di psicoterapia che accompagna l’assunzione del farmaco, e che gli stessi esperti, con rare eccezioni, ritengono decisiva? Come farlo in una realtà occidentale dove l’accompagnamento, il set e setting e la terapia della parola sono categorie ignote e ignorate dalla evidence based medicine? E come fare a rendere un trial con sostanza psichedelica, uno studio randomizzato in vero doppio cieco quando, è fin troppo evidente che chi assume placebo non ha effetti psicotropi? E che farne poi dei dati della real world evidence, o quelle esperienze, quei racconti “fuori catalogo” che pure hanno formato da millenni la conoscenza dell’essere umano di queste misteriose sostanze ma che tanto spaventano il sapere occidentale contemporaneo? Come maneggiare clinicamente l’esperienza soggettiva della dimensione spirituale che è riconosciuta da terapeuti e pazienti come il cuore terapeutico dei trattamenti?
E in ultimo, ma non per importanza: come consentire, gestire, validare il grande tabù in materia di psichedelici, ossia quei maledetti effetti psicotropi? Quegli stati non ordinari di coscienza che nella nostra cultura inorridiscono ed evocano fantasmi, appunto, della controcultura e che la letteratura scientifica battezza nei report quali “controindicazioni problematiche, side effects” del trattamento. Proprio gli stessi effetti psicotropi che sono oggetto di stigma e, soprattutto di proibizione (pensate che basta la sola presenza di questo effetto collaterale per giustificare l’inserimento in tabella 1, art. 14 DPR 309/90).
La beffa è che pare siano proprio quegli stessi effetti in cui si esplica la potenzialità della cura: l’uscire dalla dimensione ordinaria di coscienza, pare che, da un lato attui quel necessario reset neurobiologico, tale da interrompere pensieri ricorsivi, intrusivi e fissi tipici del pattern depressivo. Dall’altro, che offra una visione del sé ampia, connessa, spirituale che, laddove integrata, incarna il potenziale beneficio.
Dati promettenti, però, non equivalgano automaticamente ad approvazione regolatoria, che richiede in media un percorso di 11 anni circa. Il passaggio dalla ricerca all’accesso terapeutico ordinario si fonda su lunghi, complessi e costosi standard su qualità, sicurezza, riproducibilità, farmacovigilanza, formazione degli operatori e governance del setting, senza i quali non è prevista la messa in commercio di un prodotto farmaceutico. Di qui l’importanza che l’accesso precoce ai farmaci sperimentali che mostrano promettenti benefici sia reso possibile anche nelle fasi cliniche che precedono l’autorizzazione per coloro che sperano in una terapia e non, invece, ostacolato da logiche di irragionevole proibizione.
Situazione regolatoria nel mondo e in Europa: quadro in movimento, molto
disomogeneo
Oltre alla vivida ricerca internazionale, a livello globale esistono vari modelli e approcci regolatori agli psichedelici. Dalle depenalizzazioni localizzate (si pensi all’Oregon, al Colorado), all’accesso eccezionale/compassionevole, come in Canada, in Australia, in Repubblica Ceca, ai programmi speciali UE, e ai percorsi di autorizzazione eccezionale farmaceutica, come in Svizzera, sono sempre di più gli Stati che, nel medesimo quadro internazionale (le convenzioni ONU del ’71 e dell’’88) riaprono le possibilità legali alle terapie assistite con sostanze tabellate.
In Australia, la TGA (l’equivalente della nostra AIFA) ha aperto una via regolata per l’uso di MDMA e psilocibina in contesti molto limitati, tramite il canale degli Authorised Prescribers, con requisiti stringenti e indicazioni circoscritte: non è liberalizzazione, è un accesso eccezionale fortemente presidiato.
In Canada, Health Canada ha chiarito il quadro per richieste al Special Access Program legate alla psicoterapia assistita con psichedelici, con autorizzazioni valutate caso per caso e una cornice specifica anche per gli aspetti relativi alle sostanze controllate.
In Svizzera, l’autorità federale prevede un sistema di licenze eccezionali per narcotici vietati, con possibilità di impieghi medici limitati e ricerca, dentro una cornice amministrativa formalizzata. Anche qui: non deregulation, ma autorizzazioni eccezionali tracciate.
E ancora, il modello Oregon: l’Oregon Psilocybin Services è un sistema statale di servizi e licenze regolate che, non coincide con una approvazione FDA, ma regola l’accesso in centri specializzati del farmaco a base di psilocibina per indicazioni psichiatriche.
E l’Europa?
Anche l’Europa ha dato timidi segnali: nel 2024, l’Unione europea ha stanziato (nell’ambito di Horizon Europe) oltre 6,5 milioni di euro per il progetto PsyPal, il primo studio clinico multicentrico sulla psilocibina per il trattamento di alcune patologie.
Il quadro regolatorio però resta più prudente e frammentato. Solo la Repubblica Ceca lo scorso luglio ha codificato per legge l’uso eccezionale per ragioni mediche della psilocibina, e in Germania è stato finalmente attuato il primo expanded access previsto dal Reg. 726/2004 per la depressione farmacoresistente.
Le difficoltà europee rispetto agli altri Paesi Terzi non consistono solo nella maggior severità di EMA rispetto all’equivalente FDA statunitense, ma nel fatto che l’UE, per ragioni di trattati istitutivi, non ha competenze nella materia penale e in materia di regolamentazione di sostanze stupefacenti e ad oggi pesa soprattutto la mancanza di un percorso armonizzato di accesso anticipato per i pazienti con bisogni non soddisfatti (“unmeet needs”).
Le norme UE ci sono, ma delegano gli Stati Membri a provvedere. L’art. 5, par. 1, della Direttiva 2001/83/CE autorizza gli Stati Membri a regolare l’accesso compassionevole al farmaco sperimentale, per uso nominale.
L’Articolo 83 del Regolamento (CE) n. 726/2004, invece, prevede che gli Stati membri, in determinate condizioni, rendano disponibile un medicinale in corso di sperimentazione clinica (anche nei Paesi terzi) per uso compassionevole di coorti di pazienti (Group of patiens), e prevede la possibilità di opinioni e pareri - non vincolanti ma di cui gli SM devono tener conto - del CHMP(il Comitato per i medicinali per uso umano di EMA) per le sulle condizioni d’uso, distribuzione e target di pazienti.
Inoltre il CHMP può intervenire anche per coordinare approcci multipli nazionali quando più Stati notificano programmi analoghi. È esattamente lo spazio regolatorio che oggi andrebbe usato meglio.
3) Il caso Italia: tra divieto penale, ricerca che si muove e strumenti giuridici già esistenti
In Italia il dibattito è stato fermo fin dagli anni 90 sul tema penalistico/stupefacenti, sulla scia della war on drugs degli anni ’70 e nel quadro disegnato dalle Convenzioni ONU sui narcotici (del ’61, ’71 e ’88). Quel profilo esiste ed è centrale nella normativa (DPR 309/1990 e disciplina delle sostanze stupefacenti/psicotrope), ma non la esaurisce.
Esistono norme parallele, come le leggi sulle cure compassionevoli, leggi sulle cure palliative e sul trattamento del dolore, oltre ai principi di diritto costituzionale superiore (art. 32 Cost.), ai vincoli internazionali e allo stesso diritto alla scienza, che rendono l’uso terapeutico e a fini di ricerca scientifica, un uso possibile e legale di questi prodotti tabellati, sebbene rigorosamente limitato.
L’Italia, in buona sostanza, ha già strumenti legali che consentono oggi l’accesso anticipato ai trattamenti in casi selezionati per uso compassionevole. Il Decreto ministeriale 7 settembre 2017 disciplina dell’uso terapeutico di medicinale sottoposto a sperimentazione clinica e consente a coloro (singoli o gruppi di pazienti) che soffrono di malattia grave e potenzialmente letale, di accedere al farmaco non autorizzato, in assenza di valida alternativa terapeutica.
Parallelamente di recente il terreno della ricerca si sta muovendo anche in Italia: la ASL2 Abruzzo ha dato avvio alla prima sperimentazione clinica con psilocibina per depressione resistente.
4) Le nostre proposte come Associazione Luca Coscioni: uscire dall’ideologia,
costruire una via europea e italiana di responsabilità.
A livello nazionale
La prima proposta si rivolge alle autorità italiane, al Ministero della Salute: aprire alle terapie psichedeliche, ed usare davvero gli strumenti regolatori propri della norma italiana ed europea esistenti, a partire dalla ri-schedulazione delle sostanze per uso terapeutico, e al compimento di ogni atto che agevoli il pieno accesso precoce alle terapie compassionevoli nelle cure palliative, nei limiti della legalità e della validazione scientifica.
L’appello si rivolge anche al Ministro della Difesa, affinché, come negli USA, apra una sperimentazione sui veterani di guerra per la cura con terapie psichedeliche del loro Disturbo da Stress Post traumatico.
L’appello, che ha raggiunto le 18.000 firme, si rivolge anche a tutti i cittadini e operatori sanitari che intendano supportare l’iniziativa ed è sottoscrivibile qui:
L’appello, che ha raggiunto le 18.000 firme, si rivolge anche a tutti i cittadini e operatori sanitari che intendano supportare l’iniziativa ed è sottoscrivibile qui:
A livello territoriale
La proposta è quella di formare/informare e formarsi/informarsi, partecipare a questo dibattito dalla propria prospettiva di partenza, sia di paziente, di curioso, di studioso, di medico o operatore sanitario. E per questo ci spendiamo nella realizzazione di eventi formativi e convegni che mettano al tavolo specialisti, ricercatori e operatori clinici, con i regolatori e le amministrazioni.
Lo scorso 6 e 7 Marzo abbiamo organizzato un importante convegno, con Le università di Chieti Pescara, For Vergata e Sapienza, e col patrocinio della Asl 2 Abruzzo ove è partita la prima sperimentazione italiana su psiclocibina nel trattamento della depressione farmacoresistente e il 9 Maggio saremo a Milano per un Convegno, insieme ad Altra Psicologia, dove professori e clinici italiani e svizzeri metteranno a confronto le proprie pratiche e i propri saperi, proprio sugli aspetti dell’assistenza e psicoterapia con psichedelici. Il 26 giugno saremo al Congresso Internazionale sui funghi medicinali organizzato dalla Società Italiana Funghi Medicinali e dall’Università di Pavia
Un punto centrale dell’iniziativa formativa territoriale dell’ALC è quella rivolta ai Comitati Etici, affinché ascoltino la voce della scienza e delle nuove opportunità cliniche offerte da queste terapie, e promuovano essi stessi conoscenza e dibattito interno e rivolto ai cittadini, secondo il loro mandato istituzionale.
A livello europeo
Proponiamo alle autorità regolatorie europee (EMA e relativo CHMP) di dar corso oggi all’armonizzazione in materia di uso compassionevole, secondo quanto previsto nelle stesse Linee Guida dell’Ema, e favorire una discussione formale e partecipata sull’accesso per pazienti con bisogni terapeutici non soddisfatti e volta alla raccolta dati sulla farmacoresistenza in psichiatria.
Si tratta di attivare il percorso previsto già dal diritto UE, finalizzato a rendere il quadro regolatorio più certo proprio per medici e pazienti nei casi in cui la sofferenza senza alternativa terapeutica non può attendere il tempo di autorizzazione piena. Le linee guida EMA richiamano espressamente la logica del “common approach”: è qui che una iniziativa politica ben costruita può fare la differenza, chiedendo convergenza su criteri, target e condizioni di sicurezza.
Occorre, come ALC e Eumans, coi Partner europei, realizzare un coordinamento tra Stati membri affinché si crei quella voce comune per ottenere i pareri e armonizzazione dell’UE, e perché siamo convinti che solo l’uniformità crei le condizioni di sicurezza, anche legale, per chi oggi intenda accedere ai trattamenti con psichedelici e per il “diritto a sperare”.
Infine proponiamo di costruire una base dati utili al regolatore europeo sulla treatment resistance in psichiatria (depressione resistente, PTSD, dipendenze e altre aree), con dataset minimi comuni, garanzie GDPR e finalità clinico-regolatorie, con l’allargamento dell’indagine ai profili di efficacia del farmaco combinato con psicoterapia. Senza visibilità sistemica dei pazienti “che non rispondono”, infatti, il bisogno resta invisibile e incerto per chi opera e ogni decisione regolatoria diventa più lenta, più disomogenea e più vulnerabile allo scontro ideologico.
Conclusione
Non occorre scegliere tra proibizionismo e controcultura, ma percorrere la strada della scienza e la cura. Le evidenze ci dicono che il tema è importante. Le regole ci dicono che spazi di azione esistono già. La politica deve fare il resto: trasformare possibilità frammentate in percorsi trasparenti, sicuri e giusti per i pazienti che oggi non hanno risposte adeguate.