Se non te lo ricordi, è successo davvero?

Se non te lo ricordi, è successo davvero?

Se non te lo ricordi, è successo davvero?

Apomorphine and psilocybin to improve recovery from coma in the intensive care unit: protocol for a prospective, open-label, dose-escalation study
Nella terapia psichedelica l’esperienza non finisce quando finisce l’effetto. Il giorno dopo c’è la seduta di integrazione, poi un’altra ancora. In quelle stanze si lavora su qualcosa che a quel punto esiste solo come ricordo. La persona racconta cosa ha attraversato e cosa le è sembrato di capire, e insieme al terapeuta prova a darle un posto nella propria vita.
Il modello presuppone che un ricordo ci sia, e che sia abbastanza accessibile da poterci lavorare sopra. Di solito è così, ma non sempre. Con sostanze come la 5-MeO-DMT, alcune persone riferiscono di aver vissuto qualcosa di enorme e di non riuscire a ricostruirlo. Il ricordo è frammentario, oppure c’è ma non trova parole.
I questionari con cui misuriamo l’esperienza si compilano dopo. Il Mystical Experience Questionnaire, per esempio, chiede ai partecipanti di valutare il senso di unità, la trascendenza del tempo e dello spazio, il tono emotivo positivo e perfino l’ineffabilità. Abbiamo trovato il modo di assegnare un punteggio alla difficoltà di descrivere qualcosa. E quando questi punteggi risultano associati a un miglioramento clinico, dobbiamo ricordare che stiamo misurando ciò che una persona è riuscita a recuperare e riferire della propria esperienza.
Un gruppo di ricercatori danesi ha progettato uno studio in cui questa difficoltà assume proporzioni decisamente insolite: somministrare psilocibina a pazienti in coma.
L'idea nasce da una distinzione fondamentale nella neurologia della coscienza. Per essere coscienti servono un certo livello di vigilanza, che ci permette di essere svegli, e la consapevolezza di noi stessi e dell'ambiente. Le due componenti possono dissociarsi, come accade in alcuni pazienti che aprono gli occhi e mostrano cicli sonno-veglia senza manifestare segni evidenti di consapevolezza. I ricercatori ipotizzano di poter intervenire farmacologicamente su entrambe: con l'apomorfina, un agonista dopaminergico che potrebbe stimolare i circuiti coinvolti nella vigilanza, e con la psilocibina, che potrebbe aumentare la complessità dell'attività cerebrale e favorire l'emergere della consapevolezza.
Il protocollo prevede di arruolare ottanta pazienti ricoverati in terapia intensiva dopo una grave lesione cerebrale. Ricevono 1, 10 o 25 mg di psilocibina tramite sondino, seguiti da apomorfina per stimolare la veglia. L’obiettivo è capire se la combinazione sia sicura e se possa favorire il risveglio. Un’esperienza psichedelica intesa come qualcosa che qualcuno vive e poi riferisce, qui, non è prevista. Non è nemmeno esclusa: gli stessi autori ricordano che nei pazienti con disturbi della coscienza una coscienza residua sfugge alla valutazione clinica in circa quattro casi su dieci. Qualcuno, dentro, potrebbe esserci.
Lo studio è di fase 1b, senza gruppo di controllo. I ricercatori valuteranno il tempo necessario al risveglio, gli eventuali effetti avversi e i cambiamenti dello stato di coscienza attraverso esami neurologici, elettroencefalogramma e misurazioni delle risposte pupillari. Se emergessero segnali incoraggianti, sarebbe comunque impossibile attribuire con certezza un eventuale recupero ai farmaci anziché all'evoluzione spontanea della lesione.
I pazienti che si risvegliassero potrebbero non ricordare nulla. Gli autori osservano che persino i pazienti pienamente coscienti conservano spesso pochi ricordi del ricovero in terapia intensiva. E utilizzano questa considerazione per sostenere che il rischio di conseguenze psicologiche negative legate alla somministrazione potrebbe essere basso. Nello stesso protocollo, però, ipotizzano anche possibili benefici sulla salute mentale, richiamando gli studi sulla psilocibina nei pazienti oncologici.
È un accostamento curioso. L'assenza di ricordo viene considerata rassicurante rispetto ai rischi, mentre non sembra precludere eventuali benefici. Le due ipotesi possono essere compatibili, naturalmente, ma sollevano una questione che nella terapia psichedelica rimane poco esplorata: quale ruolo ha la memoria nel determinare le conseguenze psicologiche di un'esperienza?
Sappiamo che un evento può lasciare tracce anche quando non siamo in grado di ricordarlo consapevolmente. Esistono forme di memoria implicita e di apprendimento che non richiedono il recupero autobiografico. D'altra parte, nella terapia psichedelica il ricordo diventa materiale di lavoro: viene raccontato, discusso, reinterpretato. E questo processo potrebbe contribuire agli effetti terapeutici, indipendentemente da quanto sia stato intenso lo stato soggettivo durante la somministrazione.
Se un partecipante ottiene un punteggio elevato al questionario sull'esperienza mistica e successivamente migliora, non sappiamo quale parte del risultato dipenda da ciò che ha vissuto durante la sessione e quale dal modo in cui ha ricordato ed elaborato quell'esperienza. La memoria autobiografica, inoltre, è ricostruttiva: anche il miglioramento clinico potrebbe influenzare il significato attribuito retrospettivamente a ciò che è accaduto.
Lo studio danese non potrà risolvere la questione. Il recupero neurologico dopo una grave lesione cerebrale e il miglioramento di un disturbo psichiatrico sono esiti differenti. Un eventuale risveglio non ci direbbe se il paziente abbia vissuto un'esperienza psichedelica, né quale ruolo abbia avuto.
Resta però una possibilità difficile da ignorare: un paziente potrebbe attraversare uno stato soggettivo durante la somministrazione e non conservarne alcun ricordo. Non avremmo un racconto da raccogliere né un'esperienza da discutere durante l'integrazione.
E non sapremmo se, per quel paziente, sia successo qualcosa.