Stati alterati di coscienza, stati non ordinari di coscienza, stati espansi di coscienza: non sono la stessa cosa
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Stati alterati di coscienza, stati non ordinari di coscienza, stati espansi di coscienza: non sono la stessa cosa

Stati alterati di coscienza, stati non ordinari di coscienza, stati espansi di coscienza: non sono la stessa cosa

Nel campo delle terapie psichedeliche si usano almeno tre termini per descrivere la stessa cosa: stati alterati, stati non ordinari, stati espansi di coscienza. A prima vista sembrano varianti stilistiche, modi diversi di dire la stessa cosa. Non lo sono. Ogni termine porta con sé una concezione implicita di cosa stia succedendo, e quella concezione ha conseguenze dirette su come si studia il fenomeno, come lo si accompagna clinicamente, e quanto si è davvero in grado di comprenderlo.
"Alterato" è il termine più vecchio e il più problematico. Alterato rispetto a cosa? Rispetto a uno stato normale, ordinario, di riferimento. Il termine presuppone che esista uno stato di coscienza corretto, e che tutto ciò che si discosta da esso sia una deviazione, un'anomalia, qualcosa che richiede spiegazione o giustificazione. È un termine che nasce in un contesto medico e farmacologico, dove la coscienza ordinaria è il parametro di salute e qualsiasi scostamento è potenzialmente patologico. Applicato alle esperienze psichedeliche, porta con sé tutto questo bagaglio: l'idea che si stia parlando di qualcosa di distorto, di compromesso, di meno reale rispetto alla coscienza di tutti i giorni. Non è un caso che "alterato" sia il termine preferito dalla letteratura che studia gli psichedelici come sostanze d'abuso.
"Non ordinario" è un passo avanti, e ha una storia rispettabile: viene dalla tradizione della psicologia transpersonale e dal lavoro di Stanislav Grof, che ha dedicato decenni allo studio di questi stati con rigore e profondità. Il termine ha il merito di non implicare patologia: non ordinario non significa sbagliato, significa semplicemente diverso dalla norma. Ma porta con sé un limite sottile: definisce l'esperienza per negazione, per quello che non è. Uno stato non ordinario è uno stato che non è ordinario. Il centro rimane la coscienza quotidiana, e l'esperienza psichedelica viene ancora definita in relazione ad essa, come sua assenza o sospensione.
"Espanso" cambia prospettiva in modo sostanziale. Non è una deviazione dalla norma, non è l'assenza di qualcosa: è un ampliamento. La coscienza non si altera né si sospende, si allarga. Accede a dimensioni dell'esperienza che nella coscienza ordinaria rimangono in sottofondo o sono del tutto inaccessibili: connessioni tra elementi distanti, percezione amplificata del corpo e delle emozioni, accesso a materiale psichico normalmente evitato, dissoluzione temporanea dei confini del sé che permette una riorganizzazione profonda. Il termine implica che la coscienza ordinaria non sia il massimo possibile, ma uno stato tra gli altri, e che gli stati espansi non siano inferiori o patologici, ma diversi per struttura e per ciò che rendono accessibile.
Questa differenza non è solo semantica. Ha conseguenze su come si lavora clinicamente. Un terapeuta che pensa in termini di "alterazione" tenderà a voler riportare il paziente alla normalità quando le cose si fanno intense, perché l'intensità è letta come sintomo di un problema. Un terapeuta che pensa in termini di "espansione" sa che l'intensità può essere parte del processo, che la dissoluzione dei confini del sé non è una crisi da gestire ma spesso un passaggio necessario, che il compito non è normalizzare ma contenere e accompagnare. Non è una differenza di tecnica, è una differenza di concezione fondamentale di cosa stia succedendo nella stanza.
Ha conseguenze anche sul piano della ricerca. Gli studi che parlano di "altered states" tendono a misurare lo scostamento dalla norma, a quantificare quanto il paziente sia "fuori" dallo stato basale. Gli studi che lavorano con il concetto di stati espansi tendono a chiedersi cosa diventi accessibile, cosa si riorganizzi, quali processi vengano facilitati. Sono domande diverse, che portano a disegni sperimentali diversi e a interpretazioni diverse dei risultati.
Le parole che usiamo non descrivono la realtà, la costruiscono. Nel campo delle terapie psichedeliche, dove c'è ancora molta confusione su cosa si stia studiando e su come lo si debba accompagnare, usare i termini giusti non è un dettaglio stilistico. È il modo in cui si dichiara da quale parte della conversazione ci si trova.