Embeddedness: come la psilocibina riallinea il cervello al contesto
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Embeddedness: come la psilocibina riallinea il cervello al contesto

Embeddedness: come la psilocibina riallinea il cervello al contesto

Psychedelics align brain activity with context
Nel 2014 Robin Carhart-Harris ha proposto l'entropic brain hypothesis: sotto psichedelici il cervello si "decondiziona", l'attività diventa più entropica, più disordinata, meno ingabbiata dalle abitudini. È stata per anni una formula semplice, ed è diventata quasi un mantra nella divulgazione psichedelica: la spiegazione pronta all'uso per qualsiasi cosa, dal perché si sciolgono i confini dell'io al perché la musica sembra improvvisamente tridimensionale.
Arriva ora un paper pubblicato su Nature, guidato da un gruppo della Monash University (Stoliker, Novelli, Razi e colleghi), che tra gli autori conta lo stesso Carhart-Harris e Anil Seth, uno dei nomi più citati quando si parla di coscienza e teoria dell'informazione integrata. Ed è proprio quella teoria di riferimento che il nuovo studio prova a correggere. Non a smentire, ad affinare.
La tesi centrale è che il cervello sotto psilocibina non diventi genericamente più disordinato. Si riorganizzi in modo specifico al contesto. E che questa riorganizzazione sia tanto più marcata quanto più intensa è l'esperienza soggettiva di dissoluzione dei confini tra sé e mondo. Per sostenerla, i ricercatori hanno raccolto risonanza magnetica funzionale ed EEG su 62 adulti sani, mai esposti prima a psichedelici classici, sia prima sia durante l'effetto di 19 mg di psilocibina, in quattro condizioni sempre nello stesso ordine: riposo a occhi chiusi, meditazione guidata, ascolto musicale, visione di un video muto di nuvole in movimento.
Il dato più vicino al racconto classico in effetti c'è: la connettività funzionale tra le diverse aree del cervello si redistribuisce, e la modularità delle reti cerebrali, cioè quanto il cervello è organizzato in compartimenti stagni che comunicano poco tra loro, cala in tutte le condizioni testate. Fin qui, disordine, più o meno come da copione.
Il punto in cui la storia cambia è quando i ricercatori smettono di guardare le medie e cominciano a guardare come l'attività cerebrale si muove nel tempo, istante per istante. Per farlo hanno usato un algoritmo di apprendimento automatico, chiamato CEBRA, che trasforma ogni singolo momento di attività cerebrale in un punto dentro uno spazio a poche dimensioni. Se in due momenti diversi il cervello si comporta in modo simile, i due punti finiscono vicini tra loro; se il comportamento cambia, si allontanano. Mettendo insieme tutti i punti di un'intera sessione si ottiene una specie di percorso, una traiettoria che racconta come l'attività cerebrale si è mossa nel tempo.
Prima della psilocibina, i punti delle quattro condizioni restano piuttosto mescolati tra loro: il cervello non le distingue in modo netto. Sotto psilocibina, invece, i punti di ciascuna condizione si raggruppano insieme, formando quattro gruppi ben distinti l'uno dall'altro. E più i partecipanti riportavano un'esperienza intensa di dissoluzione dei confini tra sé e mondo, più questi quattro gruppi risultavano nitidi e separati tra loro.
Per descrivere questo stato, gli autori scelgono un termine nuovo, embeddedness, e provano a distinguerlo da uno già molto usato in questo campo, la connectedness (che di solito traduciamo con connessione). La connectedness presuppone due cose distinte che si legano tra loro: mi sento connesso a te, mi sento connesso alla natura, ma restiamo comunque due entità separate che stringono un legame. L'embeddedness, dicono, sarebbe invece l'esperienza di non essere mai stati separati dal contesto in primo luogo. Non un ponte che unisce due sponde, ma l'assenza stessa della sponda. Una distinzione che sulla carta ha senso.
C'è un secondo risultato del paper che va tenuto ben separato dal primo. Non riguarda come si muove l'attività cerebrale momento per momento (quello lo abbiamo appena visto: sotto psilocibina si separa in quattro traiettorie distinte, una per condizione), ma quanto la quantità complessiva di connettività, o di attività elettrica, registrata in una condizione somiglia a quella registrata in un'altra. Qui il risultato va, in apparenza, nella direzione opposta: sotto psilocibina, i livelli di connettività registrati a occhi chiusi (riposo, meditazione, musica) diventano più simili tra loro, e si avvicinano anche a quelli registrati a occhi aperti durante il video. Lo stesso succede, in modo indipendente, nei dati EEG raccolti separatamente dalla risonanza: gli spettri di attività elettrica delle diverse condizioni convergono tra loro sotto l'effetto della sostanza.
Pensala come il volume e la melodia di un brano musicale. Sotto psilocibina il volume con cui il cervello "suona" in ciascuna condizione si assomiglia sempre di più da una condizione all'altra. Ma la melodia, cioè la sequenza con cui quel suono si organizza nel tempo, resta diversa, anzi diventa più riconoscibile, a seconda di quale brano hai messo su. Il paper appoggia la stessa tesi su entrambe le cose insieme: più uniformità nel volume, più riconoscibilità nella melodia. Tiene, ma è un equilibrio un po' più delicato di quanto sembri leggendo solo l'abstract.
C'è poi un'altra parte dello studio che guarda uno scambio specifico tra due regioni: l'ippocampo, legato alla memoria e all'orientamento nello spazio, e il default mode network, la rete coinvolta nel pensiero autoreferenziale e nel vagare della mente quando non stiamo facendo nulla di preciso. Qui i ricercatori non si sono limitati a chiedersi se le due regioni si muovono insieme, cosa che una connettività funzionale normale direbbe già, ma hanno provato a capire chi, tra le due, sembra guidare l'altra in un dato momento. Un po' come guardare due persone che ballano insieme e chiedersi chi sta impostando i passi e chi sta seguendo, invece di limitarsi a notare che si muovono in sincronia. Confrontando questo rapporto prima e dopo la psilocibina, in ciascuna delle quattro condizioni, hanno trovato che chi guida e chi segue cambia a seconda del contesto, e cambia di più durante il video che durante il riposo. Un altro modo, più mirato, di dire la stessa cosa vista finora: quanto il cervello si riorganizza sotto psilocibina dipende da cosa stai facendo mentre la sostanza fa effetto.
C'è infine un'analisi che prova a capire quali reti contano di più in questa storia, un po' come spegnere uno strumento alla volta in un'orchestra per sentire quale lascia il vuoto più grande quando manca. Per ogni partecipante, i ricercatori hanno sostituito, una rete cerebrale alla volta, la sua attività sotto psilocibina con quella registrata a riposo prima della sostanza, e hanno guardato quanto il modello perdeva la capacità di distinguere le quattro condizioni senza quella rete. Le due reti il cui silenzio si sente di più sono il default mode network e la rete visiva: i due poli opposti di una specie di bussola interna, uno rivolto tutto verso l'interno (pensieri, ricordi, immaginazione), l'altro tutto verso l'esterno (quello che arriva dagli occhi e dagli altri sensi). Il quadro anatomico regge.
Fin qui il paper. Adesso guardiamo più da vicino cosa regge meno bene.
Il primo problema riguarda l'ordine delle condizioni nella risonanza magnetica, quella su cui si basano sia l'analisi di connettività sia le traiettorie ottenute con CEBRA. Lì l'ordine non era randomizzato: riposo, poi meditazione, poi musica, poi video, sempre in questa sequenza, per ogni partecipante, in entrambe le sessioni (basale e psilocibina). Gli autori lo giustificano con un argomento ragionevole, andare dal contesto a basso stimolo a quello a stimolo più alto per motivi di sicurezza e coerenza esperienziale, trattandosi di partecipanti senza esperienza psichedelica pregressa. Ma la conseguenza è che, nei dati di risonanza, contesto e tempo trascorso dal dosaggio restano confusi tra loro. Il video, la condizione con l'effetto più intenso, è anche l'ultima della sequenza in fMRI, la più vicina al picco di concentrazione plasmatica della psilocina. Non è possibile scorporare quanto della riorganizzazione osservata durante il video dipenda dal tipo di contesto e quanto dal semplice trovarsi nel momento di massimo effetto farmacologico.
Va detto, a favore del paper, che nella sessione EEG, condotta più tardi e con un impianto diverso, l'ordine era invece rovesciato: video per primo, seguito da riposo, meditazione e musica. E anche lì, con la sequenza capovolta, emerge un pattern simile di convergenza legata al contesto. È un dettaglio che allenta un po' la mia obiezione, senza risolverla del tutto: l'EEG misura cose diverse, spettro di potenza e complessità del segnale, rispetto alle traiettorie calcolate sui dati di risonanza, quindi la conferma incrociata resta parziale. Ma è un punto a favore della tenuta del risultato che vale la pena riconoscere.
Il secondo problema riguarda il contesto in sé, che qui non era un contesto qualunque, ma un contesto costruito con grande cura. Una stanza pensata per essere accogliente, una playlist scelta apposta per essere emotivamente risonante, volontari dell'associazione di riduzione del danno DanceWize presenti durante la sessione, personale sanitario dedicato, un medico a disposizione. Gli stessi autori notano che l'intensità delle esperienze riportate è paragonabile a quella osservata con dosi molto più alte in altri studi, e la attribuiscono proprio al contesto di supporto, al design dello spazio, alla musica immersiva. Il che è esattamente il punto: se l'intero impianto sperimentale è costruito secondo il manuale del set and setting, non stupisce che il cervello risulti sensibile al contesto. La domanda interessante, che il paper non pone, è cosa succederebbe con la stessa identica analisi in un contesto clinico più ordinario, meno curato, più simile a quello che la maggior parte delle persone incontrerebbe davvero se questi farmaci arrivassero in ambulatorio.
Il punto che mi convince meno riguarda quanto sia davvero nuova l'embeddedness. Da anni la ricerca psichedelica misura esperienze molto simili, come il senso di unità con l'ambiente o la dissoluzione dell'io, con questionari già validati, tra cui la stessa scala (MEQ30) usata in questo studio, che contiene già una sua sottoscala chiamata proprio unity.
Il segnale neurale di cui parla il paper, cioè quanto risultano nitide e ben separate le quattro traiettorie cerebrali di un partecipante, è più forte in chi ha riportato un'esperienza di unità, misticismo, beatitudine, ed è debole o assente in chi ha riportato ansia o perdita di controllo. Il problema è che è esattamente quello che ci aspetteremmo se quel segnale neurale stesse semplicemente rispecchiando quanto una persona ha risposto "sì, mi sono sentito uno con tutto" a un questionario già esistente, senza aggiungere davvero nulla di nuovo rispetto a quel questionario.
C'è un indizio in più che va nella stessa direzione. La modularità delle reti, una misura più tradizionale usata nello stesso studio, non ha nessun legame con l'esperienza soggettiva riportata dai partecipanti, mentre il nuovo segnale, quello delle traiettorie, sì. Gli autori lo leggono come prova che serve uno strumento più sofisticato per cogliere l'effetto, dove uno strumento più semplice fallisce. Ma si può anche pensare il contrario: che questo nuovo strumento stia semplicemente ritrovando, con molta più fatica computazionale, qualcosa che un questionario di dieci minuti già misurava.
Un ultimo limite, più semplice: sono volontari sani, non pazienti, reclutati in un solo centro, con una dose fissa non aggiustata per peso corporeo, in modalità open-label, cioè sapendo tutti di aver ricevuto psilocibina. Le implicazioni cliniche che il paper evoca nella discussione, come la depressione o il distress esistenziale di fine vita, restano, con onestà dichiarata dagli stessi autori, estrapolazioni teoriche. È facile passare dal leggere che è stato osservato un meccanismo plausibile in volontari sani al pensare che quel meccanismo spieghi già come la psilocibina curi la depressione. Il paper non fa questo salto, ma è un salto che si fa da soli con estrema facilità.
Alla fine, quello che resta è uno studio che corregge la propria teoria di partenza, con dati raccolti in più modi diversi che si confermano a vicenda, dentro un disegno che però ha più di un punto debole: l'ordine fisso delle condizioni, un contesto costruito su misura per produrre esperienze intense, un costrutto nuovo che forse ricalca cose già misurate, un campione di volontari sani lontano dalla pratica clinica reale. "Il cervello si allinea al contesto" non è, in fondo, una scoperta dal nulla: chiunque abbia mai preparato con cura una serata, un rituale, persino un funerale, lo sa già. Quello che questo studio prova a fare è misurarlo, con tutti i limiti che una misurazione del genere si porta dietro.