Psilocibina per l’anoressia nervosa
Fonte bibliografica: https://doi.org/10.1192/bjp.2026.10687
L'anoressia nervosa ha una caratteristica che la distingue da quasi ogni altro disturbo psichiatrico: spesso non viene vissuta come un nemico da combattere, ma come una parte di sé da proteggere. In psichiatria si chiama egosintonia, ed è uno dei motivi per cui questa malattia resiste così bene ai trattamenti esistenti. Non esistono farmaci approvati per l'anoressia nervosa, le terapie di prima linea sono quelle psicologiche, e circa un paziente su quattro sviluppa una forma cronica. È in questo scenario, non particolarmente incoraggiante, che si inserisce il nuovo studio del Centre for Psychedelic Research dell'Imperial College London, pubblicato sul British Journal of Psychiatry.
Il lavoro arriva due anni dopo il primo studio pilota dello stesso gruppo, uscito su Nature Medicine nel 2023 (https://doi.org/10.1038/s41591-023-02455-9), e ne rappresenta un'estensione più ampia: 21 donne con anoressia nervosa resistente ai trattamenti, malattia presente da una decina d'anni in media, BMI medio di 16,4. Tutte hanno seguito lo stesso protocollo fisso: tre somministrazioni di psilocibina (COMP360, la formulazione proprietaria di Compass Pathways) in sei settimane, prima 1 mg poi due volte 25 mg, ciascuna accompagnata da preparazione e integrazione psicoterapeutica, mantenendo in parallelo il trattamento già in corso presso i centri specialistici. Il follow-up è arrivato fino a dodici mesi.
Qui vale la pena aprire una parentesi che il paper stesso dichiara con onestà , in fondo, tra i conflitti di interesse: il COMP360 è stato fornito da Compass Pathways, e il Centre for Psychedelic Research ha ricevuto negli anni fondi o farmaci anche da Small Pharma, Usona Institute, Beckley Psytech e Filament Health. Diversi autori dichiarano compensi come consulenti per aziende del settore psichedelico. Non significa che i dati siano falsati, la trasparenza con cui vengono dichiarati è anzi un buon segno, ma significa che l'infrastruttura su cui si regge questa fetta di ricerca clinica sull'anoressia nervosa è anche un'infrastruttura commerciale, e vale la pena tenerlo a mente ogni volta che si legge un risultato "promettente" su un farmaco ancora di proprietà di qualcuno.
Sul fronte della sicurezza, i dati sono rassicuranti: la terapia è stata ben tollerata, gli eventi avversi più comuni sono stati cefalea, nausea e vertigini, nessuna paziente ha avuto bisogno di benzodiazepine durante le sessioni. Gli autori riportano anche, con la stessa trasparenza di cui sopra, due tentativi di suicidio avvenuti nella stessa partecipante sette e nove mesi dopo la fine dello studio, classificati come probabilmente non correlati al trattamento.
Sull'efficacia, i sintomi dell'anoressia nervosa migliorano in modo significativo e l'effetto si mantiene fino a sei mesi. Migliora anche, e forse è il dato più interessante dell'intero lavoro, la motivazione al cambiamento, misurata con un questionario specifico e sostenuta fino a dodici mesi. In una malattia che convince chi ne soffre che il problema sia altrove, un intervento capace di aprire anche solo uno spiraglio verso il riconoscere il problema come tale non è un dettaglio marginale.
Va detto subito, però, che la risposta è stata molto eterogenea, con alcune partecipanti che hanno mantenuto i miglioramenti nel tempo e altre che li hanno persi quasi del tutto. Ed è altrettanto importante il dato che, letto distrattamente, rischia di essere frainteso: confrontando la seduta da 1 mg con le due successive da 25 mg, gli autori non trovano differenze significative attribuibili alla dose. Non è la dimostrazione che il microdosing funzioni nell'anoressia nervosa, tutt'altro. Il disegno dello studio non prevede un gruppo di controllo, l'ordine delle dosi era fisso e identico per tutte, e ogni seduta arrivava dopo preparazione, esperienza e integrazione delle precedenti. In queste condizioni è semplicemente impossibile isolare l'effetto della molecola da quello dell'intero percorso terapeutico, ed è la stessa cosa che gli autori scrivono nero su bianco.
C'è poi un limite che raramente compare nei resoconti di questo studio mentre invece meriterebbe più attenzione: chi ha condotto le interviste cliniche, l'outcome primario dello studio, non era in cieco rispetto alla dose ricevuta dalla paziente. Gli autori lo segnalano e allegano, in supplementare, un confronto con le valutazioni di un rater indipendente, ma resta un elemento che pesa quando si parla di un effetto già di per sé difficile da isolare dal contesto.
Infine un confronto che il paper stesso propone e che vale la pena riprendere: nello studio pilota del 2023 di Peck e colleghi, i miglioramenti maggiori riguardavano la preoccupazione per il peso e la forma del corpo, qui invece riguardano soprattutto le restrizioni alimentari e la preoccupazione per il cibo. Le due popolazioni erano diverse, con un BMI di partenza più basso in questo studio, e gli autori ipotizzano che il beneficio della psilocibina possa passare da meccanismi differenti a seconda della gravità e dello stadio della malattia. È un'ipotesi, non una conclusione, ma è il tipo di incongruenza che una ricerca onesta dovrebbe continuare a interrogare invece che archiviare.
Resta, sullo sfondo, la domanda che accompagna ormai buona parte della ricerca sulla terapia assistita con psichedelici: quanto di questo beneficio appartiene alla molecola, e quanto all'intero impianto che la circonda, fatto di preparazione, aspettativa, relazione terapeutica e settimane di attenzione clinica dedicata a persone che di solito ne ricevono pochissima. Altri studi, già in corso, proveranno a rispondere. Per ora, quello che abbiamo è un tassello in più, non ancora una risposta.