Psichedelici in Italia: i risultati del Global Psychedelic Survey 2025
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Psichedelici in Italia: i risultati del Global Psychedelic Survey 2025

Psichedelici in Italia: i risultati del Global Psychedelic Survey 2025

Scritto dal Dr. Matteo Buonarroti, vicepresidente della Società Italiana di Medicina Psichedelica (SIMEPSI).
Patterns of Psychedelic Use in Italy: Insights from the Global Psychedelic Survey
Quando si parla di sostanze psichedeliche, il dibattito pubblico tende spesso a muoversi tra due rappresentazioni opposte: da una parte la promessa di nuove terapie per alcuni disturbi psichiatrici, dall’altra il richiamo ai rischi legati all’uso di sostanze illegali. Nel mezzo rimane una realtà molto meno conosciuta o, quantomeno, affrontata spesso in modo generalista e non supportata da evidenze scientifiche: quella delle persone che utilizzano psichedelici al di fuori degli studi clinici, nei contesti della vita quotidiana.
Chi sono? Quali sostanze assumono? Con quale frequenza? Per divertimento, per curiosità, per ricerca spirituale o nel tentativo di affrontare un disagio psicologico? E quanto riescono a parlare di queste esperienze con medici e professionisti della salute?
A queste domande prova a rispondere Patterns of Psychedelic Use in Italy: Insights from the Global Psychedelic Survey, il primo studio di ampie dimensioni dedicato specificamente alle modalità di utilizzo degli psichedelici in una comunità di persone legate all’Italia e a San Marino.

Che cos’è il Global Psychedelic Survey?

Il Global Psychedelic Survey 2025, abbreviato in GPS 2025, è un progetto di ricerca internazionale sviluppato da un consorzio di ricercatori universitari e organizzazioni non governative. Lo studio è stato coordinato sul piano scientifico dall’Università del Michigan e sottoposto alla valutazione del suo comitato etico.
Il questionario è stato progettato per raccogliere informazioni dettagliate su numerosi aspetti dell’uso di psichedelici: le sostanze sperimentate, l’età del primo utilizzo, la frequenza e i contesti di assunzione, le motivazioni, le esperienze positive e difficili, il microdosing, l’uso contemporaneo di altre sostanze, le strategie di riduzione del rischio e il rapporto con i professionisti sanitari.
La raccolta dei dati si è svolta online dal 1° al 21 maggio 2025. La partecipazione era anonima e volontaria. Il questionario è stato diffuso attraverso social media, newsletter, reti accademiche e professionali, comunità interessate alla ricerca sugli psichedelici e organizzazioni impegnate nella divulgazione e nella riduzione del rischio.
Per l’Italia, la Società Italiana di Medicina Psichedelica – SIMEPSI ha curato la traduzione e la validazione della versione italiana, verificando che le domande conservassero il significato originale e fossero comprensibili e adeguate al contesto culturale del nostro Paese. SIMEPSI ne ha inoltre coordinato la diffusione attraverso reti scientifiche, cliniche e divulgative italiane tra le quali Studio Aegle, Illuminismo Psichedelico e diversi altri canali collegati alla community psichedelica italiana.
L’analisi condotta nel nostro paese riguarda 731 persone di almeno 21 anni, nate o residenti in Italia o nella Repubblica di San Marino, che avevano utilizzato almeno una sostanza psichedelica nel corso della vita. L’età media era di 37 anni, circa il 60% si identificava come uomo e il 70% viveva in un’area urbana.

Perché questo studio è importante per l’Italia?

In Paesi come gli Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e l’Australia esistono già numerosi studi sulle caratteristiche delle persone che utilizzano psichedelici. In Italia, invece, mancavano dati sufficientemente ampi per comprendere come queste sostanze vengano effettivamente impiegate al di fuori della ricerca clinica.
Questa assenza di informazioni è particolarmente rilevante perché l’interesse verso gli psichedelici sta crescendo anche nel nostro Paese. Se ne discute nelle università, nei congressi, sui mezzi di comunicazione e all’interno delle comunità che si occupano di salute mentale. Sono stati avviati i primi progetti di ricerca clinica, mentre un numero crescente di persone entra in contatto con concetti come terapia assistita da psichedelici, microdosing e integrazione psichedelica.
Il fenomeno sociale, tuttavia, sembra essersi sviluppato più rapidamente della capacità delle istituzioni sanitarie di osservarlo e comprenderlo. Fino a oggi si sapeva poco di ciò che avveniva nei contesti non regolamentati: nelle abitazioni private, tra amici, negli ambienti naturali, durante eventi musicali o all’interno di ritiri e cerimonie.
Lo studio colma una prima parte di questo vuoto. Non ci dice quanti italiani utilizzino psichedelici, ma descrive in modo approfondito una comunità già coinvolta nel fenomeno e permette di comprenderne abitudini, motivazioni e bisogni.

Quali sostanze vengono prevalentemente utilizzate?

Tra coloro che avevano assunto dosi capaci di produrre effetti psichedelici pienamente percepibili, le sostanze più diffuse erano la psilocibina, riportata dal 77,3% dei partecipanti; l’MDMA/MDA, dal 69,5%; l’LSD, dal 67%; e la ketamina, dal 46,3%.
Seguivano DMT, Salvia divinorum, ayahuasca, mescalina e diverse sostanze sintetiche. La psilocibina era anche la sostanza più frequentemente indicata come prima esperienza psichedelica, seguita da MDMA e LSD.
Un elemento significativo è la varietà delle sostanze sperimentate. L’83,3% dei partecipanti che avevano utilizzato almeno una dose pienamente attiva riferiva di aver assunto, nel corso della vita, due o più sostanze differenti; il 60,7% ne aveva provate almeno quattro. Questo dato descrive una pluralità di esperienze distribuite nel tempo e non significa necessariamente che le sostanze siano state consumate contemporaneamente.
L’utilizzo degli psichedelici si inseriva inoltre in storie più ampie di consumo di sostanze psicoattive. Quasi tutti i partecipanti avevano sperimentato alcol, cannabis e nicotina; il 58,4% aveva utilizzato cocaina e il 48,8% stimolanti non regolamentati. Gli psichedelici, dunque, non sembrano costituire un mondo separato, ma fanno spesso parte di traiettorie di consumo più complesse.

Tipologia di utilizzo

Il 76,7% dei partecipanti aveva utilizzato almeno uno psichedelico nei dodici mesi precedenti. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non si trattava di un consumo quotidiano o settimanale. Le frequenze più comuni andavano da una singola esperienza nell’anno a un utilizzo ogni alcuni mesi.
È uno dei risultati centrali dello studio: all’interno di questo campione, gli psichedelici erano generalmente utilizzati come sostanze legate a occasioni circoscritte, esperienze particolari o contesti specifici. Il modello prevalente era quindi intermittente, più vicino alla ricerca di un’esperienza significativa che a un consumo continuativo.
Ciò non significa che fossero assenti modalità più problematiche. La ketamina, in particolare, mostrava una proporzione relativamente maggiore di utilizzi mensili, settimanali e, in una piccola minoranza, quotidiani. Anche una sostanza associata a esperienze episodiche può quindi entrare in schemi di consumo più frequenti e difficili da controllare.

Perché le persone usano gli psichedelici?

Le motivazioni emerse dal sondaggio restituiscono un quadro molto più articolato della tradizionale distinzione tra uso terapeutico e uso ricreativo.
La ragione più frequentemente indicata era la crescita personale o l’esplorazione di sé, riportata dall’84,9% dei partecipanti. Seguivano la curiosità, con il 66,7%, le finalità ricreative, con il 65,9%, il desiderio di aumentare la consapevolezza e la presenza mentale, con il 61,8%, e la ricerca di un maggiore benessere generale, con il 59,7%.
Il 37,1% menziona motivazioni spirituali o religiose, mentre il 26,7% dichiarava di aver utilizzato psichedelici nel tentativo di affrontare una condizione di salute mentale.
Gli psichedelici, almeno nella comunità studiata, sembrano quindi collocarsi all’incrocio tra divertimento, curiosità, ricerca interiore, spiritualità e cura informale di sé. Le motivazioni cambiano anche in relazione alla sostanza: ayahuasca, mescalina e DMT risultavano più spesso associate alla ricerca personale e spirituale; MDMA e ketamina erano utilizzate più frequentemente per ragioni ricreative e sociali.
Questi dati non dimostrano che gli obiettivi ricercati dai consuatori siano stati effettivamente raggiunti. Mostrano però quale significato le persone attribuiscano all’esperienza e aiutano a comprendere perché la cultura psichedelica contemporanea non possa essere interpretata soltanto attraverso le categorie della trasgressione o della dipendenza.

Il microdosing

Il microdosing consiste nell’assunzione intenzionale di quantità molto basse di una sostanza, generalmente insufficienti a provocare una vera esperienza psichedelica. Viene praticato con l’obiettivo di influenzare l’umore, la creatività, la concentrazione o il benessere, anche se la ricerca scientifica non ha ancora chiarito in modo definitivo l’entità e la natura dei suoi effetti.
Il 58,4% delle persone che avevano risposto a questa parte del questionario dichiarava di averlo sperimentato almeno una volta. La psilocibina era la sostanza più utilizzata, seguita da LSD, MDMA e ketamina.
Per psilocibina e LSD prevalevano motivazioni legate al benessere, alla crescita personale e alla consapevolezza. Nel caso dell’MDMA, invece, erano più comuni le finalità ricreative. Anche sotto la stessa etichetta di “microdosing” sembrano quindi convivere pratiche e intenzioni piuttosto differenti.

Esperienze intense

La grande maggioranza dei partecipanti riferiva di aver vissuto almeno un’esperienza psichedelica particolarmente intensa. Nel 53,6% dei casi l’esperienza più intensa veniva descritta come positiva; nel 43,8% come mista, caratterizzata cioè dalla compresenza di aspetti piacevoli e momenti difficili. Solo il 2,6% la definiva esclusivamente negativa.
Molte persone raccontavano sensazioni di connessione con gli altri o con la natura, meraviglia, unità e confronto con temi importanti della propria vita. Tra gli esiti percepiti come positivi comparivano una maggiore comprensione dei propri problemi, il superamento di alcune paure e la capacità di affrontare emozioni o situazioni rimaste a lungo irrisolte.
La presenza di un significato positivo non esclude però la presenza di un’esperienza psichedelica priva di sofferenza. Tra chi aveva attraversato momenti difficili erano frequenti il sovraccarico mentale e sensoriale, il timore di non tornare più come prima, la preoccupazione per la propria salute, la perdita dei consueti confini dell’identità e la comparsa di pensieri paranoidi.
Una parte dei partecipanti riferiva inoltre difficoltà psicologiche protratte oltre la fase acuta, come umore depresso, ansia, distacco dagli altri, derealizzazione, depersonalizzazione, disturbi del sonno o inquietudini esistenziali. Nella maggior parte dei casi questi fenomeni duravano meno di una settimana, ma alcune persone riportavano problemi più persistenti. Le allucinazioni protratte al di fuori dell’effetto acuto erano invece rare.
Il quadro che emerge è quindi lontano sia dall’idea dello psichedelico come esperienza inevitabilmente dannosa, sia dalla sua rappresentazione come strumento intrinsecamente benefico. Come ampiamente suggerito dalla letteratura esistente, gli effetti dipendono dalla persona, dalla sostanza, dalla dose, dal contesto, dalle eventuali combinazioni e dalla presenza o meno di preparazione e supporto.

Correlazione tra uso di psichedelici e consumo di alcol, tabacco e altre sostanze

Un altro risultato di interesse riguarda i cambiamenti riferiti nel consumo di altre sostanze. Dopo alcune esperienze psichedeliche, il 45,9% dei partecipanti riportava una riduzione dell’alcol, il 34,9% del tabacco o della nicotina, il 27,9% della cannabis e il 26,4% della cocaina.
La psilocibina era la sostanza più frequentemente associata a questi cambiamenti, seguita da LSD e ayahuasca. In alcuni casi, le riduzioni venivano descritte come durature.
È un dato che merita attenzione, anche perché gli psichedelici vengono studiati come possibili strumenti nel trattamento delle dipendenze. Occorre però mantenere una distinzione chiara tra un’associazione riferita dai partecipanti e una dimostrazione di efficacia. Il sondaggio è stato compilato in un unico momento e si basa sui ricordi delle persone: non consente di stabilire se sia stato lo psichedelico a causare la riduzione o se siano intervenuti altri fattori, come una psicoterapia, un cambiamento delle condizioni di vita o una decisione personale già maturata.

Una realtà ancora distante dai servizi sanitari

Uno dei risultati con le implicazioni più concrete riguarda il rapporto con il sistema sanitario. Tra le persone che avevano un professionista di riferimento, soltanto il 27,4% aveva parlato con lui del proprio uso di psichedelici.
La probabilità di parlarne non variava in maniera significativa in base all’età, al sesso, al livello di istruzione o all’esperienza maturata con queste sostanze. La difficoltà, quindi, non sembra riguardare soltanto alcune categorie di persone, ma riflettere un problema più generale.
Le ragioni del silenzio erano soprattutto la paura di essere giudicati, la convinzione che il professionista non possedesse conoscenze adeguate e il desiderio di mantenere privata questa parte della propria vita. Molti partecipanti valutavano come insufficiente la preparazione di medici e operatori sanitari sul tema.
Il dato segnala una distanza tra le pratiche reali e la capacità dei servizi di intercettarle. Una persona può assumere psichedelici mentre segue una terapia farmacologica, soffre di un disturbo psichiatrico o utilizza altre sostanze, senza che il medico ne sia a conoscenza. In queste condizioni diventa più difficile valutare interazioni, vulnerabilità e possibili segnali di rischio.
Anche le pratiche di riduzione del danno risultavano discontinue. Sebbene il 62,6% conoscesse l’esistenza di servizi o kit per verificare la composizione delle sostanze, due terzi di chi ne era a conoscenza dichiaravano di non averli mai utilizzati.

Cosa ci dice davvero questo studio?

Il risultato più importante non sono di certo le sole stime numeriche rappresentate dai dati statistici emersi. Lo studio mostra che, nella comunità osservata, l’uso di psichedelici è già un fenomeno sociale strutturato: possiede linguaggi, motivazioni, pratiche e modalità di condivisione proprie, ma si sviluppa in gran parte lontano dalle istituzioni sanitarie e dai contesti regolamentati.
Si tratta di una cultura dell’uso prevalentemente episodica e orientata all’esperienza, nella quale convivono finalità ricreative, ricerca personale, spiritualità e tentativi di cura. Le esperienze vengono spesso interpretate come significative, ma possono includere anche destabilizzazione psicologica, difficoltà persistenti e comportamenti rischiosi.
Un secondo elemento riguarda il policonsumo. Per comprendere gli effetti degli psichedelici non è sufficiente considerare una singola sostanza: bisogna tenere conto delle traiettorie complessive delle persone, delle combinazioni con alcol, cannabis, stimolanti o psicofarmaci e dei contesti nei quali l’assunzione avviene.
Infine, emerge una forma di normalizzazione ancora incompleta e diseguale. Gli amici vengono spesso percepiti come supportivi, mentre famiglie e ambienti di lavoro sono descritti più frequentemente come critici o poco informati. Il fenomeno appare dunque più accettato in alcune reti sociali, ma rimane associato a stigma e segretezza in altre.
In sintesi, le pratiche si stanno trasformando più velocemente delle risposte sanitarie e regolatorie disponibili. Questo rende necessaria una formazione più solida dei professionisti, insieme a informazioni pubbliche capaci di parlare con chiarezza sia dei potenziali benefici sia dei rischi.

I limiti dello studio

I partecipanti non sono stati selezionati casualmente. Il questionario è stato diffuso anche attraverso reti interessate agli psichedelici ed è quindi probabile che abbia raggiunto persone più informate, più coinvolte e mediamente più favorevoli rispetto alla popolazione generale.
I risultati non permettono di stimare la diffusione degli psichedelici in Italia. Tutte le informazioni sono inoltre autoriferite: le sostanze e le dosi non sono state verificate, i ricordi possono essere imprecisi e le esperienze possono essere raccontate in modo più favorevole o più negativo a seconda della prospettiva personale.
Inoltre, lo studio non consente neppure di dimostrare rapporti di causa ed effetto. Le riduzioni nel consumo di alcol o tabacco e i miglioramenti nel benessere devono quindi essere approfonditi attraverso studi longitudinali e ricerche condotte su campioni rappresentativi.

Considerazioni finali

Questo lavoro non offre una risposta definitiva sul rapporto tra l’Italia e gli psichedelici. Offre però qualcosa che finora mancava: una prima mappa empirica di una realtà già presente, basata su evidenze scientifiche che sino ad ora era rimasta in larga misura invisibile alla comunità scientific.
Conoscere le modalità di utilizzo, le motivazioni, le difficoltà e le forme di comunicazione con i servizi sanitari è indispensabile per superare un dibattito basato soltanto su entusiasmo, timore o pregiudizio. I prossimi studi dovranno coinvolgere campioni rappresentativi, seguire le persone nel tempo e approfondire i fattori che aumentano la probabilità di esperienze positive o problematiche.
Nel frattempo, i dati del Global Psychedelic Survey indicano alcune priorità: promuovere una divulgazione scientifica equilibrata, migliorare le strategie di riduzione del rischio e creare contesti sanitari nei quali le persone possano parlare apertamente delle proprie esperienze senza temere giudizi o risposte disinformate.