Lo studio che non doveva curare nessuno
Fonti bibliografiche:
- Psilocybin can occasion mystical-type experiences having substantial and sustained personal meaning and spiritual significance.
https://doi.org/10.1007/s00213-006-0457-5 - Mystical-type experiences occasioned by psilocybin mediate the attribution of personal meaning and spiritual significance 14 months later.
https://doi.org/10.1177/0269881108094300
Roland Griffiths ha passato buona parte della sua carriera a studiare la caffeina. Dipendenza, astinenza, mal di testa del lunedì mattina. Un farmacologo comportamentale molto rispettato e piuttosto lontano da qualsiasi cosa assomigliasse alla controcultura. Poi, a un certo punto, ha cominciato a meditare, e si è fatto una domanda che nel suo ambiente suonava abbastanza strana: le esperienze mistiche si possono studiare in laboratorio?
Da quella domanda, nel 2006, è uscito lo studio da cui è ripartita tutta la ricerca psichedelica moderna.
Il disegno era rigoroso. Trentasei adulti che non avevano mai assunto psichedelici, tutti con una pratica religiosa o spirituale regolare. Ognuno riceveva in sessioni separate una dose alta di psilocibina e, come controllo, metilfenidato, il principio attivo del Ritalin, scelto apposta perché qualcosa si sente e quindi è più difficile capire cosa si è preso. Doppio cieco. Una stanza arredata come un salotto, mascherina sugli occhi, musica in cuffia, due persone presenti per tutta la durata della sessione. L'indicazione era una sola: guardare dentro.
Di sintomi da curare non ce n'erano, e nemmeno diagnosi o endpoint clinici. La domanda era se la psilocibina potesse produrre esperienze simili a quelle che i mistici di ogni tradizione descrivono da secoli. Per misurarle Griffiths ha dovuto prendere in prestito questionari dalla psicologia della religione, perché nella cassetta degli attrezzi della farmacologia clinica uno strumento per l'unità con il tutto semplicemente non c'era.
Due mesi dopo, due terzi dei volontari mettevano quella giornata tra le cinque esperienze più significative della propria vita. Un terzo la metteva al primo posto. Anche amici, familiari e colleghi, interpellati dai ricercatori, riferivano cambiamenti positivi nel loro comportamento. Va detto anche l'altro lato: circa un terzo dei partecipanti aveva attraversato durante la sessione momenti di paura intensa, in qualche caso con pensieri vagamente paranoici. Una cosa così grande non era stata una passeggiata per tutti.
Poi è arrivato il follow-up a quattordici mesi, ed è qui che la storia diventa interessante.
Più della metà dei volontari continuava a considerarla una delle cinque esperienze più significative della propria vita, e quasi due terzi diceva che il proprio benessere e la soddisfazione per la propria vita erano aumentati. Però lo studio aveva somministrato anche una serie di questionari standardizzati su personalità, umore, qualità della vita e spiritualità. Di tutte queste misure, a distanza di più di un anno, l'unica che mostrava una differenza rispetto all'inizio era quella sull'esperienza mistica.
Quindi le persone dicevano che la loro vita era cambiata, chi le conosceva lo confermava, e le scale costruite per misurare la qualità della vita restavano piatte.
Si può leggere in due modi, e nessuno dei due si può escludere. Forse quelle scale non erano abbastanza sensibili per cogliere un cambiamento reale. Oppure le persone, specie se già inclini alla spiritualità, tendono a ricostruire a posteriori un significato più grande di quello che la loro vita quotidiana mostra davvero. Con trentasei partecipanti selezionati in quel modo, decidere chi abbia ragione è impossibile. Resta però il fatto che lo stesso studio, nello stesso momento, raccontava due cose diverse a seconda di dove si guardava.
Da lì la ricerca ha preso soprattutto una strada. Nel 2016 due trial su pazienti oncologici con ansia e depressione hanno mostrato che chi aveva un'esperienza mistica più intensa durante la sessione tendeva anche a migliorare di più. L'esperienza significativa, che nel 2006 era la scoperta, è diventata un predittore di efficacia. Un meccanismo, un ingrediente della terapia, qualcosa il cui valore si misura anche da quanto fa scendere un punteggio di depressione.
È così che una scoperta diventa medicina, e ha perfettamente senso. In parallelo, un'altra parte della ricerca si è spinta oltre, con molecole che provano a ottenere effetti sulla plasticità neuronale senza il trip. Le ragioni sono in buona parte farmacologiche, cioè l'ipotesi che almeno una parte dei benefici passi da lì e non dall'esperienza, e in parte molto pratiche, perché un farmaco che non richiede sei ore di monitoraggio è parecchio più facile da somministrare. Se funzioneranno lo diranno i dati. Resta curioso che a un certo punto la ricerca si chieda se si possa fare a meno proprio della cosa da cui era partita.
Griffiths, per la cronaca, ha continuato fino agli ultimi anni a studiare volontari sani, il significato personale, i cambiamenti che durano nel tempo. È una linea di ricerca che esiste, solo molto più piccola e molto meno raccontata di quella clinica.
Lo studio del 2006 aveva trovato qualcosa di più grande della domanda con cui era nato. Nella scienza succede più spesso di quanto sembri, e di solito la parte che avanza viene messa da parte in attesa di capire a cosa serva. Quei trentasei volontari però non avevano niente da cui guarire, e più di un anno dopo molti di loro mettevano quelle otto ore accanto alla nascita di un figlio. Qualcosa, evidentemente, era servito.
Resta da capire a cosa.