Integrazione psichedelica: cosa significa davvero “integrare” un’esperienza
Psychedelic integration: An analysis of the concept and its practice
Fonte bibliografica: https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.824077
Preparazione, sessione, integrazione. La sequenza è diventata così familiare nel mondo psichedelico che l’ultima parola sembra quasi non avere bisogno di spiegazioni. L’integrazione è nei protocolli clinici, nei percorsi con terapeuti e facilitatori, nei corsi di formazione e nelle raccomandazioni rivolte a chi utilizza psichedelici fuori dalla ricerca. Poi però si prova a capire che cosa indichi esattamente e i confini diventano molto meno netti.
Per alcuni significa soprattutto tornare sull’esperienza e provare a comprenderla, per altri tradurre gli insight in cambiamenti concreti. Può passare dalla psicoterapia, ma anche dal corpo, dalla meditazione, dalla scrittura, dalle relazioni, dalla natura o dalla dimensione spirituale. Sotto la stessa parola sono finite nel tempo pratiche molto diverse, sostenute da idee altrettanto diverse su cosa debba essere integrato e su quale sia, alla fine, lo scopo del processo.
È proprio da questa confusione che parte un lavoro pubblicato nel 2022, che ha raccolto le definizioni presenti in letteratura, confrontato i principali modelli teorici e passato in rassegna le pratiche proposte. Non cerca di stabilire il modo corretto di integrare un’esperienza psichedelica, anche perché le evidenze disponibili non permetterebbero di farlo. Cerca piuttosto di capire che cosa abbiamo messo dentro questo concetto. E dentro c’è molto più di quanto suggerisca l’idea, piuttosto riduttiva, di una fase in cui si torna a parlare di quello che è successo.
Dall’esperienza alla vita quotidiana
Gli autori hanno identificato 24 diverse definizioni di integrazione psichedelica e, nonostante le differenze, alcuni elementi ritornano con una certa regolarità. C’è il tornare sull’esperienza e lavorare su ciò che è emerso, cercando di dare un senso anche a contenuti confusi, simbolici, contraddittori o difficili da collocare. Ma quasi sempre compare anche un passaggio successivo: fare in modo che almeno una parte di ciò che è stato compreso trovi posto nella propria vita.
Alla fine della loro analisi, gli autori condensano questi elementi in una definizione unica:
L’integrazione è un processo nel quale una persona torna sulla propria esperienza psichedelica e si impegna attivamente per darle senso, elaborarla, tradurla e lavorare sui suoi contenuti. Attraverso uno sforzo intenzionale e pratiche di supporto, questo processo permette di cogliere e incorporare gradualmente nella propria vita gli insegnamenti e le intuizioni emersi dall’esperienza, muovendosi verso un maggiore equilibrio e una maggiore completezza, sia internamente — mente, corpo e spirito — sia esternamente — stile di vita, relazioni sociali e mondo naturale.
È una definizione ampia, ma contiene una distinzione importante. Un’esperienza psichedelica può rendere improvvisamente evidente una dinamica relazionale che andava avanti da anni, far riconoscere un comportamento che continuiamo a ripetere o modificare il modo in cui guardiamo al nostro corpo, al lavoro, alle persone che abbiamo intorno. Durante l’esperienza quella consapevolezza può essere potentissima e sembrare definitiva, ma aver visto qualcosa con estrema chiarezza non significa aver già prodotto un cambiamento.
Tra accorgersi di qualcosa e riuscire a vivere diversamente può esserci una distanza considerevole. L’integrazione occupa anche questo spazio: comprende il tentativo di dare senso all’esperienza e di elaborarla, ma anche di tradurne progressivamente alcuni contenuti nella propria esistenza. Il processo viene quindi inserito in una prospettiva più ampia, che riguarda il modo in cui la persona riesce a trovare un maggiore equilibrio tra diverse dimensioni della propria vita.
Oltre la psicoterapia
Tra i dieci modelli di integrazione analizzati nel paper, alcuni nascono direttamente da approcci psicoterapeutici e fanno riferimento, tra gli altri, alla psicologia psicodinamica e junghiana, alla psicologia transpersonale, all’Acceptance and Commitment Therapy e alla harm reduction. Sono modelli diversi, ma tendono comprensibilmente a dedicare più spazio alla dimensione mentale: pensieri, emozioni, significati attribuiti all’esperienza, traumi e cambiamenti comportamentali.
Altri approcci utilizzano invece una cornice più ampia, spesso influenzata da modelli biopsicosociali-spirituali o da interpretazioni di prospettive indigene. Mettendo insieme queste diverse tradizioni, gli autori costruiscono un modello sintetico composto da sei dimensioni interconnesse: mente ed emozioni, corpo, spiritualità ed esperienza esistenziale, stile di vita e azione, relazioni e comunità, rapporto con il mondo naturale.
L’idea non è occuparsi ordinatamente di tutte e sei le dimensioni, ma rendere visibile quanto possa essere limitante prendere un’esperienza che ha coinvolto contemporaneamente il corpo, la percezione di sé, le relazioni, il senso di appartenenza, la spiritualità o il rapporto con la morte e provare poi a elaborarla soltanto sul piano psicologico.
Questo non ridimensiona il ruolo della psicoterapia. Al contrario, alcuni dei modelli analizzati sono stati sviluppati proprio per lavorare con contenuti difficili, paure, traumi o esperienze destabilizzanti. Semplicemente, la psicoterapia rappresenta uno dei possibili spazi dell’integrazione e non necessariamente il contenitore di tutto ciò che può emergere da un’esperienza psichedelica.
Una lista praticamente infinita di cose da fare
La varietà diventa ancora più evidente passando dalle definizioni alle pratiche. Nella letteratura sull’integrazione compaiono journaling, meditazione, psicoterapia, mindfulness, tecniche di respirazione, yoga, danza, attività fisica, musica, disegno, pittura, lavoro sui sogni, tempo nella natura, rituali, pratiche spirituali, riflessione sui valori, cambiamenti nelle abitudini, gruppi di condivisione, attività nella comunità e volontariato. L’impressione, a metterle tutte insieme, è che praticamente qualsiasi attività possa diventare integrazione nelle giuste circostanze.
Ed è facile vedere come una varietà del genere possa trasformare l’integrazione in un’altra cosa da fare bene. Si torna da un’esperienza e si comincia a riempire il tempo di journaling, meditazione, respirazione e passeggiate nel bosco, con il rischio di trattare l’integrazione come la somma di una serie di attività considerate di per sé virtuose.
Il paper, però, non dimostra l’efficacia di queste pratiche. È un’analisi concettuale della letteratura esistente, non uno studio che confronta strategie diverse per capire quali migliorino gli esiti dopo un’esperienza psichedelica. Il fatto che yoga, meditazione o journaling vengano proposti come strumenti di integrazione non ci dice quanto funzionino, per chi funzionino o se siano superiori ad altre strategie.
Diventa allora più utile guardare alla funzione che una pratica può avere rispetto a ciò che è emerso. Scrivere può aiutare a tornare su alcuni contenuti, una pratica corporea può avere senso quando qualcosa dell’esperienza continua a essere percepito soprattutto nel corpo, una conversazione può servire a comprendere meglio una dinamica relazionale. E in altri casi il passaggio più importante può non assomigliare affatto a una “pratica di integrazione”, ma consistere nel modificare un’abitudine o iniziare a comportarsi diversamente dentro una relazione.
Un processo che può durare molto più dell’esperienza
La collocazione dell’integrazione dopo la sessione suggerisce inevitabilmente l’esistenza di una fase abbastanza delimitata: succede qualcosa, la si integra e poi si va avanti. Nei modelli analizzati nel paper il tempo è molto meno ordinato.
Alcuni contenuti possono trovare rapidamente una collocazione, mentre altri continuano a svilupparsi e ad assumere significati diversi per mesi o persino nel corso della vita. Un’esperienza può essere riletta alla luce di quello che succede successivamente e qualcosa che inizialmente sembrava marginale può diventare importante molto tempo dopo. Gli autori insistono quindi sulla necessità di lasciare tempo e spazio al processo, invece di considerarlo una breve appendice della sessione psichedelica.
Da qui deriva anche un’osservazione interessante sul cambiamento. Un’esperienza particolarmente trasformativa può richiedere una risposta più graduale proprio perché è grande ciò che è emerso: comprenderne le implicazioni e trovare un modo sostenibile per portarle nella vita richiede tempo.
L’intensità con cui una cosa appare vera durante o subito dopo un’esperienza psichedelica non dice, da sola, quanto quella stessa cosa continuerà ad avere senso una volta tornati alla quotidianità. Per questo alcuni dei modelli descritti nel paper collocano l’azione verso l’esterno in una fase successiva, dopo che l’esperienza ha avuto il tempo di essere ripresa e interiorizzata. È anche un modo per contenere quella spinta a evangelizzare, rivoluzionare la propria vita o prendere decisioni impulsive che può accompagnare esperienze particolarmente potenti.
Prendere sul serio ciò che è successo può voler dire anche aspettare, vedere cosa resta quando l’intensità si abbassa e lasciare che alcuni significati acquistino consistenza prima di trasformarli in decisioni.
L’integrazione comincia prima
Se per integrare servono tempo, relazioni, spazi e risorse, ha senso chiedersi già durante la preparazione quali di queste cose saranno disponibili dopo l’esperienza. Gli autori propongono di considerare in anticipo le risorse personali e ambientali che potranno sostenere il processo, senza naturalmente stabilire prima che cosa dovrà emergere o come dovrà essere interpretato.
Si può sapere se nei giorni successivi ci sarà del tempo disponibile, se esiste qualcuno con cui sarà possibile parlare dell’esperienza, se c’è un professionista a cui rivolgersi qualora emergano difficoltà e quali risorse fanno già parte della propria vita. Per qualcuno può essere la scrittura, per qualcun altro il movimento, la meditazione, una relazione, una comunità o il tempo trascorso nella natura. Pensarci prima evita anche di ritrovarsi, dopo un’esperienza molto intensa, a dover costruire da zero tutto ciò che dovrebbe sostenerla.
Questo diventa ancora più importante quando l’esperienza è difficile. L’integrazione può servire a lavorare con paure, materiale traumatico, esperienze somatiche o contenuti destabilizzanti che la persona non riesce immediatamente a collocare. In queste situazioni il supporto successivo esce dalla logica dell’“ottimizzazione” dell’esperienza e diventa uno spazio in cui occuparsi di ciò che l’esperienza ha lasciato aperto.
Integrare non significa tornare come prima
Nelle ultime pagine del lavoro compare un passaggio particolarmente interessante. Gli autori osservano che, senza abbastanza tempo e spazio per lavorare con ciò che è emerso, possiamo finire per seguire la strada di minor resistenza: adattare progressivamente l’esperienza alla nostra vita precedente. Invece di lasciare che quello che abbiamo vissuto modifichi almeno in parte il nostro modo di stare nel mondo, possiamo reinterpretarlo finché non torna compatibile con quello che facevamo e pensavamo già.
Qui sta una tensione importante del concetto stesso di integrazione. Un’esperienza psichedelica non contiene automaticamente una verità da mettere in pratica, e l’intensità soggettiva di un’intuizione non basta a renderla vera. Allo stesso tempo, ricondurre immediatamente ogni contenuto alle categorie con cui interpretavamo già noi stessi rischia di rendere l’integrazione un semplice ritorno all’assetto precedente. Tra prendere tutto alla lettera e neutralizzare tutto quello che disturba esiste uno spazio molto più ampio, nel quale un contenuto può restare ambiguo abbastanza a lungo da poter essere guardato da prospettive diverse.
Gli autori portano lo stesso ragionamento sul piano collettivo. La cultura occidentale può assorbire gli psichedelici facendoli entrare dentro strutture che conosce già, tra cui il modello medico e quello economico, fino a renderli perfettamente compatibili con esse. In questo scenario gli psichedelici trovano certamente un posto nella società, ma sono le strutture esistenti a stabilire quale forma debbano assumere.
La stessa ambiguità attraversa quindi l’integrazione individuale. Possiamo usare questo processo per rendere un’esperienza straordinaria nuovamente compatibile con una vita ordinaria, oppure concederle il tempo necessario per capire se qualcosa di quella vita abbia bisogno di essere rivisto.
Non tutte le esperienze porteranno a un cambiamento e alcune resteranno difficili da comprendere. L’integrazione serve anche a lasciare aperto quello spazio abbastanza a lungo da vedere che cosa, una volta tornati alla vita quotidiana, continua ad avere valore.