Mescalina e cervelletto, un legame inaspettato
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Mescalina e cervelletto, un legame inaspettato

Mescalina e cervelletto, un legame inaspettato

Della mescalina sappiamo pochissimo. Dal 1970 è Schedule 1 negli Stati Uniti, e come tutti gli psichedelici classici questo ne ha frenato per decenni lo studio scientifico. Ma nel suo caso il buco è ancora più grande: mentre negli ultimi anni LSD e psilocibina sono state passate ai raggi X del neuroimaging più volte, sulla mescalina non esisteva finora nessun dato di risonanza magnetica funzionale. Questo studio, pubblicato su Neuroscience Bulletin da un gruppo della Northeastern University, prova a colmare la lacuna usando ratti svegli (non anestetizzati) infilati in uno scanner fMRI dopo un'iniezione di mescalina o di una soluzione di controllo.
Prima di entrare nei risultati, due parole su cosa significano certe sigle che troverete spesso. Il BOLD è il segnale che la risonanza magnetica funzionale misura: registra indirettamente quanto sangue ossigenato arriva in una certa zona del cervello, ed è il modo standard con cui si stima quali aree si stanno "attivando" in un dato momento. Il voxel è semplicemente l'unità minima di volume in cui viene suddivisa l'immagine cerebrale, l'equivalente 3D di un pixel: contare "quanti voxel mostrano un cambiamento significativo" in una certa regione è un modo per quantificare quanto quella regione si è attivata o disattivata.
Il disegno sperimentale è lo stesso, identico, che il gruppo di Ferris ha già usato in precedenti studi su LSD e psilocibina: prima si guarda cosa succede nell'immediato dopo l'iniezione (fMRI farmacologica), poi come cambiano i collegamenti tra le regioni cerebrali a riposo (connettività funzionale), poi come il cervello risponde a uno stimolo di ricompensa (odore di mandorla), e infine un test di filtraggio sensoriale basato sul sussulto acustico. Usare lo stesso identico protocollo per tre sostanze diverse è quello che rende questo lavoro utile: permette un confronto diretto, sullo stesso impianto sperimentale, tra mescalina, LSD e psilocibina, cosa che raramente capita nella letteratura sugli psichedelici.
Il risultato principale è che la mescalina, a differenza di LSD e psilocibina, non tocca praticamente la corteccia prefrontale, il talamo o la corteccia somatosensoriale. Va invece dritta al cervelletto, quella struttura alla base del cranio che di solito associamo all'equilibrio e alla coordinazione motoria, ma che negli ultimi anni la ricerca sta scoprendo coinvolta anche in memoria, attenzione ed emozioni. E ci va in un modo curioso: riduce l'attività locale del cervelletto (meno segnale BOLD dove ce lo aspetteremmo, più segnale dove non dovrebbe esserci) mentre allo stesso tempo aumenta drammaticamente quanto il cervelletto si "connette" con altre regioni, come ippocampo, talamo, corteccia somatosensoriale e mesencefalo. Un cervelletto che lavora meno per conto proprio ma che parla di più, e con più interlocutori, con il resto del cervello.
Gli autori la leggono così: il cervelletto normalmente funzionerebbe come un filtro predittivo, una specie di centralino che confronta ciò che il cervello si aspetta con ciò che arriva davvero dai sensi, e lascia passare solo l'informazione nuova, scartando il resto come ridondante. È la teoria del "Great Gate" di Devor. Se questo filtro si disattiva localmente ma allo stesso tempo inizia a comunicare con tutto il resto del cervello senza selettività, il risultato potrebbe essere che il cervello si ritrova inondato di informazione sensoriale grezza, non filtrata. Un'analogia che gli autori non usano ma che rende l'idea: è come se il centralinista smettesse di smistare le chiamate e iniziasse a girarle tutte, contemporaneamente, a ogni ufficio dell'azienda.
C'è anche un test comportamentale che si incastra con questa idea: si misura quanto un suono debole, che precede un rumore forte, riduce il sussulto di sorpresa dell'animale (è un modo classico per misurare il filtraggio sensoriale). Con la mescalina, questo filtraggio migliora con alcuni toni e peggiora con altri, a seconda della frequenza del suono usato. Il dato interessante non è il singolo numero, ma il fatto che l'effetto non sia uniforme: la mescalina non "spegne" o "accende" il filtro sensoriale in blocco, ma lo ricalibra in modo selettivo a seconda dello stimolo. Coerente, insomma, con l'idea di un filtro che è diventato disfunzionale ma non semplicemente assente.
Detto questo, vale la pena rallentare su un paio di punti prima di innamorarsi del modello del cervelletto-centralino-impazzito.
La specie. Questi sono ratti, non persone, e qui la distanza tra roditore e umano è particolarmente scomoda perché riguarda proprio l'organizzazione cerebellare-corticale, che tra le due specie non è detto sia sovrapponibile. Gli stessi autori lo ammettono nella sezione limiti, ma c'è un dato ancora più stridente: nei ratti la mescalina risparmia quasi del tutto il sistema visivo, mentre nell'uomo le distorsioni visive sono uno degli effetti più caratteristici e più riportati della sostanza. Se nell'uomo la vista viene sconvolta e nel ratto no, quanto è lecito trasferire il modello del "filtro cerebellare rotto" da una specie all'altra resta una domanda aperta, e gli autori la lasciano aperta, correttamente.
Il confronto con l'unico altro studio di neuroimaging sulla mescalina nell'uomo, quello di Hermle e colleghi del 1992 (https://doi.org/10.1016/0006-3223(92)90059-9) con la SPECT (una tecnica di imaging più vecchia e meno precisa della fMRI), che aveva trovato più attività frontale e meno attività in talamo e corteccia temporale, un pattern diverso da quello cerebellare trovato qui. Gli autori attribuiscono la discrepanza a differenze di specie, di metodo, di risoluzione della tecnica di imaging. Può darsi, ma è comunque il confronto tra uno studio su dodici ratti svegli e uno studio SPECT su dodici umani di più di trent'anni fa, con tecnologie difficilmente sovrapponibili: non è un confronto che permette conclusioni forti in nessuna direzione.
La solidità statistica dei singoli risultati. Lo studio ha testato 169 aree cerebrali diverse per ciascuna misura (attività positiva, attività negativa, risposta all'odore, eccetera), su gruppi di appena dodici animali per condizione. È un buon segno che gli autori abbiano applicato una correzione statistica per tenere conto del fatto che, testando così tante aree insieme, alcune risulteranno "significative" per puro caso (si chiama correzione per test multipli), e che abbiano anche riportato quanto ogni effetto sia grande in pratica, non solo se è statisticamente significativo. Ma con gruppi così piccoli e così tante aree testate, il rischio resta che alcuni dei singoli risultati elencati nelle tabelle riflettano più la variabilità naturale di un campione piccolo che un fenomeno biologico solido e replicabile. Lo dicono anche gli autori stessi, elencando altri limiti concreti: non è stato monitorato il respiro né il battito cardiaco degli animali durante l'esposizione alla mescalina, il che rende difficile distinguere gli effetti diretti sul cervello da quelli dovuti a semplici cambiamenti cardiovascolari; ed è stata testata una sola dose, cioè un solo punto della curva dose-risposta, non l'intera curva.
Infine, una nota che vale la pena avere in tasca: due degli autori, Ferris e Kulkarni, hanno una partecipazione economica in Ekam Imaging, l'azienda che produce l'atlante cerebrale 3D e il software usati per analizzare tutti i dati di questo studio (e di buona parte della produzione precedente dello stesso gruppo su LSD e psilocibina). Non è un campanello d'allarme automatico, gli strumenti proprietari nel neuroimaging animale sono comuni e questo atlante è uno standard riconosciuto nel campo, ma è un dettaglio utile quando si legge un intero corpus di studi costruito sistematicamente sulla stessa infrastruttura commerciale di cui gli autori sono anche azionisti.
Nella discussione gli autori accennano anche a un possibile collegamento con la schizofrenia: in questa malattia sono stati descritti sia una riduzione del volume del cervelletto sia alterazioni nella sua connettività con altre aree, un pattern che per certi versi ricorda quello osservato qui con la mescalina. L'idea, buttata lì come ipotesi da esplorare in futuro, è che un cervelletto che perde la sua funzione di filtro selettivo possa essere un meccanismo comune a entrambe le condizioni. È un'osservazione che si regge però su un parallelismo tra dati che vengono da contesti sperimentali completamente diversi (ratti drogati da un lato, pazienti psichiatrici dall'altro), quindi resta un'ipotesi di lavoro, non una conclusione.
Resta, al netto di tutto questo, un lavoro che apre davvero un territorio nuovo: il cervelletto come protagonista, non comparsa, dell'esperienza psichedelica, e la mescalina come la sostanza che più di ogni altra sembra parlare direttamente con lui. Il cervelletto, in questa storia, smette di essere solo l'organo che ci fa stare in equilibrio quando camminiamo, e comincia a somigliare sempre di più a qualcosa che decide, silenziosamente, cosa della realtà merita di arrivarci fino alla coscienza.